Il nostro 1° maggio

Il Primo Maggio non dovrebbe essere una scampagnata, come è diventato per alcuni, ma una celebrazione del lavoro e dei lavoratori: una ricorrenza della Repubblica di solennità e importanza pari al 25 aprile e al 2 giugno.
Dopo decenni di conquiste venute da lotte anche sanguinose, in tempi di globalizzazione nemica dei popoli le tutele e protezioni dei lavoratori sono state attaccate e gravemente intaccate in tutta Europa.
Il fondamentalismo liberale d’affari, affermatosi anche grazie alla complicità della cosiddetta sinistra politica, ha scalzato quelli che alcuni a torto ritenevano diritti irreversibili, precipitando milioni di persone in una condizione di insicurezza sociale, di incertezza occupazionale, di instabilità nella prospettiva di vita.
L’infame operazione Fornero sulle pensioni, votata anche da Bersani, cui i sindacati confederali opposero ben tre ore di sciopero, è il nefasto paradigma della scientifica demolizione dello Stato sociale: una scellerata redistribuzione alla rovescia della quale nemmeno si sono giovate le nostre piccole imprese bensì le Corporation globali, le banche d’affari, gli speculatori, gli affaristi, le oligarchie transnazionali che sono a capo di tale disegno antisociale.
Si è arrivati al lavoro gratuito mascherato in varie forme, al lavoro semischiavistico a pochi euro al giorno, al lavoro precario come condizione permanente di vita per milioni di persone, mentre piccole cricche di affaristi si arricchiscono a dismisura.
Ai diritti sociali (collettivi), quelli che permettono di guardare con serenità al futuro e di costruire una famiglia – la sanità, l’assistenza, la previdenza, la medesima sicurezza sul territorio – sono stati anteposti i cosiddetti diritti civili (individuali), furbescamente esibiti non per bontà ma proprio a tale scopo.
Tappa emblematica di tale ignobile progetto è la soppressione avvenuta in due fasi dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che ha consegnato soprattutto i soggetti più deboli – a cominciare dalle donne – alla mercè dei datori disonesti, che certamente non sono tutti epperò nemmeno mancano, fino ai ricatti sessuali sul posto di lavoro.
I sindacati confederali, sempre più autoreferenziali come le loro controparti e legati a queste negli enti bilateriali, nella gestione della sanità integrativa, della previdenza integrativa e della formazione, quasi al completo si sono fatti collaboratori diligenti di un processo che sempre più priva anche i loro iscritti e rappresentati di una sicurezza sociale per conquistare la quale i sindacati stessi oltre un secolo fa si erano costituiti, a partire dalle prime Leghe Operaie e Camere del Lavoro.
In ultimo, il mercato degli schiavi fomentato, con enorme lucro di trafficanti spregevoli, per importare disperati dall’Africa pronti anche a farsi sfruttare bestialmente – soprattutto se irregolari – apportando, con la caduta del “prezzo” del lavoro, vasti profitti a caporali, neoschiavisti e financo “cooperative” che nell'”accoglienza” hanno trovato una grande occasione di business.
Col Decreto Dignità la prima pezza è stata applicata a un diritto del lavoro demolito negli anni da Monti a Renzi. Evidentemente non ci si può fermare lì.
L’introduzione proposta del salario minimo garantito, che a certi sindacati è sgradita poiché potenzialmente mette in discussione il monopolio della contrattazione collettiva e il relativo potere d’interdizione, sarebbe un ulteriore passo avanti volendo ricivilizzare le relazioni del lavoro in Italia.
Il 1° maggio non può essere lasciato alle celebrazioni ipocrite di chi da decenni recita la stessa litania mentre i lavoratori da tempo sono stati abbandonati al proprio destino. Va celebrato, viceversa, nello spirito suo originario di un’equità sociale che si fondi su pari opportunità per tutti di contro alla prepotenza iniqua che pochi esercitano sui più.

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